Parrocchia di Sustinente

 

PUNTELLI - Pasqua 2011

 

Bene comune e costituzione
Costituzione, la speranza del bene comune e la banalità del male
                                             di don Roberto Fiorini

Abbiamo scelto di riflettere sui 150 anni dell’Unità d’Italia concentrando la nostra attenzione sulla Costituzione. Riteniamo che in essa si esprima uno dei punti più alti e nobili della nostra difficile storia italiana. Nello stesso tempo, non passa giorno che la Carta costituzionale non venga sottoposta ad insulti verbali nonché a fatti, cioè ad atti giuridici, che tendono a demolirla svuotandola dall’interno. Queste riflessioni si aggiungono a quelle recentemente pubblicate sulla Gazzetta in preparazione all’incontro del 26 febbraio, con Romano Prodi e don Ciotti, come apertura di un discorso che si snoderà per tutto l’anno. 

Prendendo lo spunto da uno scritto di Rossetti: ” La Costituzione italiana /…/ porta l’impronta di uno spirito universale e in un certo modo transtemporale”. Su quel testo confluì il consenso di quasi il 90% dei componenti l’Assemblea costituente, tra i quali ” c’era molta più distanza di quanta oggi ne corra fra Bersani e Berlusconi” ( Ainis). Come mai si è pervenuti a una così massiccia convergenza su un testo che esprime un respiro universale e dunque capace di sfidare il tempo?. 

Dietro e dentro tutti, ci stavano 6 anni di guerra mondiale nella quale si sono consumati orrori mai visti prima. In aggiunta, l’Italia emergeva dal gorgo della guerra civile, con le miserie morali e materiali che ne sono derivate e le ferite che hanno continuato a sanguinare. Nonostante tutte le contrapposizioni presenti, l’unità prevalse sulla divisione. Non attraverso un compromesso di bassa lega, ma con un processo culturale di alto livello che manteneva in tensione il dialogo con le ragioni degli altri.


Infatti “il cemento che teneva insieme i nostri padri fondatori era innanzitutto il gusto per la storia, l’educazione ai classici, in una parola, la cultura” (Ainis). E ancora, l’enorme sofferenza, anche personale, vissuta negli anni della dittatura e del caos bellico.


La fase costituente non era solo in vista della stesura della Costituzione. Dopo la catastrofe globale, che ha avuto il suo epicentro nella civilissima Europa, dalle “radici cristiane” dalle sue culture raffinate, dal più avanzato sviluppo scientifico e tecnologico, c’era da inventare un nuovo modo di stare insieme, un bonumcommune da esaltare come unica possibilità di convivenza e di futuro. Questo si respira nella costituzione: un respiro universale, che va oltre la contingenza del momento. Che nasce dall’aver sperimentato la tenebra della forza distruttiva arrivata al massimo della follia e dalla consapevolezza che “il pericolo di precipitare nella barbarie è sempre dietro l’angolo” (P.Prodi).


Mi sembra utile collegare la nostra Carta costituzionale con altri due documenti che hanno profonde affinità. Il primo è la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”. Anch’essa vede la luce, in un sussulto di coscienza umana, dopo l’incendio che ha infiammato il mondo. “Rappresenta la coscienza storica che l’umanità ha nei propri valori fondamentali nella seconda metà del secolo xx. È una sintesi del passato e un’aspirazione per l’avvenire; ma le sue tavole non sono state una volta per sempre scolpite” (N.Bobbio).


Non bastano le proclamazioni perché gli esseri umani effettivamente siano giuridicamente protetti nella loro dignità, però rappresentano una direzione di marcia, un ideale da perseguire. E Bobbio aggiunge: “il problema di fondo relativo ai diritti dell’uomo è oggi non tanto di proclamarli, quanto quello di proteggerli”. Già Simon Weil, nel pieno della seconda guerra mondiale, scrivendo su la ricostruzione politica e civile della Francia, notava che una dichiarazione dei diritti umani non sarà sufficiente. Occorre recuperare l’idea di obbligo verso l’essere umano, a partire dai suoi bisogni concreti che costituiscono il contenuto dei diritti.

 L’altro documento del 1965, in profonda sintonia con la Costituzione, è la dichiarazione Dignitatis Humanae del Concilio Vaticano Secondo. In essa si afferma la libertà religiosa come diritto umano fondamentale e universale. Il contenuto di tale diritto consiste nell’immunità da qualunque coercizione in materia religiosa: nessuno può essere costretto e nessuno può essere impedito. Il fondamento si trova nella dignità della persona stessa e non nel diritto positivo, statale o ecclesiastico, che può soltanto riconoscerlo, non fondarlo. Questa posizione va oltre il principio di “tolleranza” per chi è su posizioni diverse, religiose o non religiose. È il punto di arrivo dopo secoli di lotte interne al mondo cristiano che hanno insanguinato l’Europa. 

L’universalità e la sovratemporalità che riscontriamo nella Costituzione e nei due documenti citati affondano le radici nella durissima storia che è sottesa. Si respira una proiezione verso un avvenire libero dagli orrori che né la religione, né la ragione illuministica hanno saputo impedire. Portano racchiusa una speranza, la speranza di bonumcommune che si saldi con la dignità e libertà di ogni singola persona contro la prevaricazione dei poteri, pubblici o privati. La Carta costituzionale è il nostro “patto di convivenza” che mantiene la piena validità nei suoi principi. L’accanimento per demolirla e la superfacilità con cui si mette in atto una tale operazione mi sembra abbiano i connotati e il contorno di quella “banalità del male” di cui parla Hannah Arendt.


Don Roberto Fiorini