Parrocchia di Sustinente

 

PUNTELLI - Natale 2005

 

I gradini necessari per la convivenza possibile

Le drammatiche notizie che arrivano dalle banlieue parigine devono far riflettere in modo nuovo e adeguato sul fenomeno dell'immigrazione che investe ormai tutte le nazioni europee ponendo questioni di fondo che toccano in radice le modalità della convivenza, ma prima ancora l'identità di chi accoglie insieme all'identità di chi arriva. Colpisce infatti che ancora nelle seconde e nelle terze generazioni di immigrati si stenti a trovare un baricentro esistenziale. Come dire che non si tratta di operazioni facili o automatiche.

Con ciò diventa eticamente e civicamente doveroso cercare i sentieri, le modalità che rendono concretamente possibile la convivenza tra etnie e genti dai radicamenti diversi. L'Europa ha percorso via via modelli diversi di "integrazione" o "assimilazione" che oggi non a caso mostrano la corda. E infatti è preferibile parlare di "convivenza" piuttosto che di "integrazione", perché l'integrazione o è una scelta che consegue ad una libera decisione personale, oppure è il risultato di processi storici di lunga durata, che in parte superano le opzioni e la coscienza dei singoli. L'integrazione cioè è un processo essenzialmente culturale, il cui esito è determinato più da un'elaborazione di natura culturale che non da precetti o da prescrizioni di natura politica o amministrativa. Premessa indispensabile per ogni vero rapporto interetnico è che questo si fondi su un reciproco riconoscimento di identità , cioè su un patto: da parte della comunità ospitante, la primigènia dignità umana di chiunque arrivi, in qualsivoglia circostanza o condizione; da parte dei nuovi venuti, il rispetto dell'insieme di tradizioni, di cultura, di regole - in breve di ciò che chiamiamo "identità" - che costituisce la fisionomia e il patrimonio storico di chi lo accoglie.

Governare un fenomeno di tale portata che ha la sua vera dimensione nel vivere quotidianamente e localmente, nel "qui" e nell'"oggi", comporta l'individuazione di una serie di regole volte a favorire tale convivenza, specialmente in relazione ai punti nodali che mettono in conflitto la storia e la cultura della comunità ospitante. Regole chiare in cui tutti debbano riconoscersi, e soprattutto condivise sia dai cittadini sia dagli immigrati, che troverebbero in queste non solo un quadro di riferimento per calarsi in una realtà per loro completamente nuova, ma anche un gesto concreto di apertura e di coinvolgimento nella comunità in cui hanno deciso di vivere. 

Compito primario per noi è: ridurre le distanze tra ospitanti e ospitati, aiutarli ad imparare al più presto la nostra lingua, inserirli nel mercato del lavoro, offrire loro una casa e non un'auto o una baracca per dormire. Insomma, porre le condizioni di dignità e di riscatto che possono consentire col tempo l'innesco anche di processi integrativi più impegnativi e vincolanti. 

Da questo ragionamento nasce l'esperienza, ad esempio, di una "Carta dei diritti e dei doveri" per una civile convivenza a livello comunale. Su tale versante, la Carta si pone come un patto, un accordo non negoziabile che però è una garanzia per la comunità ospitante e una garanzia anche per i neo-arrivati in termini di apertura sociale e di concreta considerazione della comune dignità umana che potremmo sintetizzare brevemente così: "Ti diciamo ciò che noi siamo e ti chiediamo di rispettarci; nel contempo ti offriamo e chiediamo anche per te tutto ciò che pretendiamo per noi."

Giovanni Salizzoni